L’indebitamento delle PMI
L'indebitamento delle Pmi italiane è in crescita, ma anche l’utile.
Uno studio di Iperion corporate finance, su imprese di capitale con un fatturato compreso tra 0,5 e 50 milioni di euro, condotto sui dati aggregati dei bilanci delle società di capitale nel 2007, mette in rilievo dati interessanti.
Oltre un terzo delle Pmi italiane (il 36,5% per l'esattezza) presenta un debito superiore al valore del patrimonio netto: nel 2006 eravamo al 35,1 per cento. La regione più virtuosa, è il Lazio (con una media del 26,9%) mentre la peggiore è la Valle d'Aosta (43,9%).
Lo studio riporta inoltre i valori percentuali di società in utile con una media nazionale, nel 2007, pari al 74,4%, in crescita rispetto al 72,5% dell'anno precedente. L’indagine mette in rilievo anche la distribuzione delle Pmi: la Lombardia è la regione che vanta il maggior numero di Pmi, con una media del 24,8%, seguita dal Lazio con il 10,8% e dal Veneto con il 10,6%. Ultima, con lo 0,3%, il Molise. In sintesi: il numero di Pmi che hanno un debito superiore al patrimonio è cresciuta.
“La nostra analisi è una fotografia di circa il 50% delle imprese operanti in Italia – ha dichiarato al Sole24Ore Alberto Salsi, managing director Iperion – e dimostra che sempre più di rado il capitale di famiglia rappresenta una soluzione o un supporto anche parziale nelle operazioni di ricapitalizzazione della Pmi. Scarseggia il capitale di famiglia per le ricapitalizzazioni, manca un patto generazionale: tutti segni evidenti che il problema della staffetta si manifesta e radicalizza in un numero crescente di imprese”.
I rapporti Imprese/Banche: come mantenere il credito
L’accesso al credito bancario diventa sempre più difficile e a farne le spese, in Italia, sono, soprattutto, le Pmi. Il problema ha origine nella scarsa liquidità internazionale post crisi finanziaria, provocata dal fallimento dei colossi americani; tale fenomeno si è ampliato fino a coinvolgere in misure diverse il mondo intero e influendo pesantemente sulla selezione del credito. Lo stesso presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha sollecitato un tavolo di collaborazione con le banche per continuare a sostenere un modello di made in Italy di successo. Francesco Bellotti, presidente nazionale di Federconfidi, spiega che “la crisi di liquidità internazionale dovuta al crollo del finanziamento da cartolarizzazioni, incide sui budget degli impieghi nel credito bancario, che a loro volta tagliano gli affidamenti alle imprese, con punte preoccupanti nel Mezzogiorno”.
All’interno di un tale contesto, le Pmi possono aumentare notavolmente le proprie chances di ottenimento del credito, grazie ad un’adeguata conoscenza dei meccanismi interni che guidano gli istituti bancari nella selezione delle imprese alle quali attribuire i prestiti.
Dopo Basilea 2, ogni banca può in pratica scegliere fra tre modalità di comportamento:
• il c.d. Standard Approach (livello minimo, obbligatorio);
• il metodo c.d. IRB (Internal Rating Based approach) di base (Foundation);
• il metodo IRB Avanzato.
Il c.d. Standard Approach non si discosta molto dal sistema introdotto dal primo accordo di Basilea del 1988, che prevede un accantonamento dell'8% a fronte di ogni impiego, anche se viene introdotto un correttivo per legare maggiormente i requisiti patrimoniali al rischio derivante dagli impieghi: in pratica, alle varie attività dovranno essere assegnati dei coefficienti di ponderazione commisurati al rischio e il Comitato propone di basare queste ponderazioni su valutazioni esterne della qualità creditizia (rating esterni, da Moody's et cetera). Quindi le ponderazioni consentiranno di ridurre gli accantonamenti di capitale per gli impieghi verso le aziende con rating molto buoni (AAA, AA, A, et cetera), di maggiorare gli accantonamenti verso le imprese con i rating peggiori (CCC, D, et cetera), mentre per gli impieghi verso aziende con rating medi e verso aziende senza rating la ponderazione sarà neutrale (100%).
Quanto ai metodi IRB (Internal Rating Based) ci limitiamo a osservare che prevedono la valutazione delle imprese con riferimento alla rischiosità, cioè alla probabilità di insolvenza, sulla base di una scala ordinale di merito e attraverso l'utilizzo di metodologie e di processi organizzativi adatti (e approvati da Banca d'Italia, questo per inciso).
Segnalata l'ampia discrezionalità di cui godranno le banche per definire i propri metodi IRB, possiamo comunque individuare alcuni elementi di valutazione utilizzati, in concreto, dalle banche:
• caratteristiche proprie dell'azienda cliente: capacità storica e futura di generare liquidità, struttura patrimoniale, flessibilità finanziaria, qualità dei ricavi, qualità e tempestività delle informazioni, management, posizione nel settore…;
• caratteristiche e andamento del settore in cui opera l'azienda: si tratta di informazioni legate al settore, al mercato in generale e al mercato locale;
• andamento del rapporto banca/azienda: consiste in tutti quegli elementi che la banca può desumere dal rapporto storico con il cliente (utilizzo degli affidamenti, sconfini, insoluti, et cetera);
• andamento del rapporto azienda/sistema bancario: riguarda, tipicamente, dati desumibili dalla Centrale dei Rischi e da strumenti analoghi.
Le imprese dispongono, dunque, di molti elementi sui quali lavorare per evitare di giungere impreparate all'appuntamento con il rating: non soltanto, dovranno adoperarsi per migliorare la propria struttura finanziaria e patrimoniale, ma anche la quantità, la qualità e la tempestività delle informazioni verso l'esterno. |